Trieste: i luoghi dell’orrore

Nella più recente storia moderna, la città di Trieste è stata protagonista di alcuni tra gli episodi più cruenti e terribili che l’uomo abbia posto in essere.

Mi riferisco in particolar modo alla II Guerra Mondiale, e alle conseguenze che essa ha con sè trascinato.

Visitare una città non significa solamente godere della sua arte e della sua cultura migliore, insomma del cosiddetto “salotto buono“.

Ritengo invece di fondamentale importanza non tralasciare anche tutto quello che normalmente si vuole che cada nell’oblio perchè sicuramente non “appetibile” per il turista medio.

Visitare questi luoghi significa non dimenticare quanto è accaduto, far sì che il ricordo aiuti a non cadere nuovamente negli errori compiuti e rendere omaggio alle numerose vittime innocenti.

La Risiera di San Sabba

Poco fuori dal centro della città, è stato l’unico lager nazista in Europa meridionale.

Si trova in una zona periferica, tra lo stadio ed un‘ampia area parcheggio un pò trasandata: l’edificio può essere facilmente scambiato per uno dei tanti edifici industriali semi-abbandonati che si trovano facilmente nelle periferie delle nostre città.

La nostra prima impressione: forse un pò più di cura aiuterebbe a rendere omaggio alla solennità del luogo.

Peraltro, il percorso di visita è ben organizzato e curatissimo, anche con l’aiuto dell’audioguida.

Il sito, visitabile gratuitamente, è un luogo della Memoria dichiarato nel 1965 dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat Monumento Nazionale.

Breve storia della Risiera

Inizialmente adibita alla pilatura del riso, dall’8 settembre 1943 a seguito del controllo di Trieste da parte del III Reich fu trasformata in campo di prigionia e di smistamento dei deportati partigiani, sloveni, croati e di oppositori politici e fu usata come deposito dei beni razziati soprattutto agli ebrei.

Moltissimi trovarono qui anche la morte: si stima che circa 5.000 persone furono uccise per fucilazione o usando l’essiccatoio della risiera e mettendo in funzione un forno crematorio.

Nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945, prima di fuggire i nazisti fecero saltare in aria il forno e la ciminiera per tentare di nascondere i loro crimini.

Ma molti segni di questo orrore sono rimasti ben visibili. Di fondamentale importanza storica è stata l’opera di Diego de Henriquez che si recò sul luogo e trascrisse le parole di speranza, paura e rassegnazione che i prigionieri avevano inciso sulle pareti delle loro celle.

 

Le Foibe

A seguito della visita alla Risiera di Sabba, abbiamo deciso di recarci a Basovizza, a pochi chilometri dal centro di Trieste, dove si trova una delle foibe più tristemente famose.

L’arrivo alla foiba di Basovizza spiazza non meno dell’arrivo alla Risiera: una stradina di campagna come tante, anche piuttosto stretta, lungo i rilievi carsici da cui si gode anche un bel panorama. Il sito è meno affollato della Risiera e il museo annesso più piccolo, ma non meno interessante.

Suggeriamo di iniziare il percorso dalla piccola esposizione che spiega la storia delle foibe, per poi tornare all’aperto, dove si trova il grande monumento commemorativo e un memoriale che chiudono la cavità come un enorme sepolcro.

A livello naturalistico-geologico le foibe sono delle cavità strette e molto profonde tipiche del terreno carsico, dovute all’erosione delle piogge e dell’acqua sotterranea.

Questi crepacci erano conosciuti fin dall’antichità dalla popolazione che ha abitato questi luoghi, e venivano usati come veri e propri “cestini della spazzatura” per far scomparire ciò di cui ci si voleva liberare.

E proprio questa definizione ha trovato un triste quanto terribile uso da parte dell’esercito jugoslavo di Tito per l’uccisione di massa dei fascisti e dei dissidenti politici del suo regime.

Le foibe furono infatti utilizzate durante e dopo la II Guerra Mondiale come metodo di uccisione: le vittime venivano legate le une alle altre, e si sparava poi alla prima della fila che così cadendo nel crepaccio si trascinava con sè tutte le altre. La morte giungeva subito per l’impatto con la roccia, oppure a seguito di lunghe sofferenze per le ferite riportate.

Non si conosce il numero esatto delle vittime per la difficoltà di recuperare i cadaveri.

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